venerdì 18 gennaio 2019

La grande sciata di Jean Claude






Marco Bonini era un ottimo sciatore pur essendo nato in una piccola cittadina nella pianura piemontese. Aveva iniziato da ragazzino grazie a una famiglia non ricca ma senza problemi che dalla grigia Novara lo portava ogni volta che era possibile a sciare sul Monte Bianco. I Bonini affittavano regolarmente un appartamento per la stagione invernale a Morgex, paesino pochi chilometri più a valle di Courmayeur e molto più abbordabile come prezzi. Forte fisicamente, Marco riuscì a compiere per intero il percorso propedeutico all'agonismo con lo sci club locale, e arrivò a disputare alcune gare di slalom e slalom gigante con risultati discreti. Il lavoro nell’azienda di famiglia e il non vivere sul posto lo costrinsero però ad abbandonare l’attività agonistica appena dopo il diploma da geometra, e comunque sarebbe stato già in ritardo per il passo successivo. A quell’età infatti i tanti amici che si era fatto lassù negli anni avevano in maggioranza abbandonato le gare e preso l’ambíto distintivo, la patacca da maestro di sci, e già lavoravano sulle piste.  Il padre aveva un’impresa edile, e Marco iniziò a seguire i cantieri e ripose gli sci, perlomeno quelli da competizione. Continuava però a frequentare la montagna, un week end al mese al massimo, e non sempre. Era un gran lavoratore, ma dopo una decina d’anni la lena del giovane nulla poté contro avvenimenti più grandi di lui. La crisi edilizia e un  infarto del padre colpirono duramente l’azienda, che con il titolare a riposo forzato, tanti debiti e poche commesse fu costretta a portare i libri in tribunale. Dei beni di famiglia rimase poco, giusto la casa dei genitori, e l’appartamento di Marco finì venduto a molto meno del suo reale valore per soddisfare banche e creditori.
Che fare senza più lavoro, già ben oltre i trent’anni e con soltanto un misero diploma da geometra in mano?
Marco aveva ancora degli amici in alta Valdigne, così si chiama la valle che da Aosta porta al Monte Bianco, e in un marzo che non si decideva a tramutarsi in primavera prese l’auto, caricò gli sci e salì a Morgex. Il suo migliore amico dei tempi delle gare, Jean Claude, avrebbe potuto ospitarlo. Si era sposato ma si era separato e grazie alle nuove leggi aveva anche già divorziato. La moglie si era risposata, lui no, e fu ben contento di ospitare Marco nel suo piccolo appartamento, si sentiva molto solo in quel periodo.
Jean Claude non era diventato maestro di sci. Era andato a lavorare appena maggiorenne come operaio sugli impianti sciistici di Courmayeur ma era comunque un ottimo sciatore ed era stato presto promosso al grado di pisteur, ovvero addetto alla manutenzione delle piste. Quasi meglio che fare il maestro di sci, effettivamente. Non doveva stare tutto il giorno ad insegnare a branchi di ragazzini viziati e viveva ugualmente con gli sci ai piedi, su e giù per le piste a sistemare reti di protezione, fare la manutenzione ai cannoni sparaneve, e quando dopo una grossa nevicata doveva andare a fare la bonifica delle piste per fare scendere le valanghe con i candelotti di dinamite era costretto spesso a fare tratti di fuoripista con la neve fin quasi all’inguine.
Marco fu fortunato. Trovò presto lavoro in un’impresa edile, la zona aveva risentito della crisi molto meno del resto della penisola, e riuscì ad affittare un monolocale a poco prezzo. Godendo come geometra di una certa libertà il nostro prese ad accompagnare Jean Claude in giro per boschi e canali innevati, nei giorni di riposo ormai i due non facevano altro che sciare fuori pista. La zona del Monte Bianco è un paradiso per quell’attività, altrove scoraggiata ma lì come in tutte le Alpi francofone addirittura incentivata.
Marco come abbiamo detto arrivò in una primavera anomala, fredda, con la neve che ancora presentava caratteristiche invernali, e su consiglio di Jean Claude acquistò un paio di sci da free ride, rispetto ai moderni sci da pista più larghi sotto la pianta del piede, meno sciancrati e parecchio più lunghi, allo scopo di assicurare una migliore galleggiabilità sulla neve fresca. Sui versanti esposti a nord la neve era ancora polverosa, fresca e leggera, non abbondante come dopo le grandi nevicate di gennaio e febbraio quindi anche meno pericolosa, ma capace di regalare emozioni uniche a un neofita come Marco, che nonostante l’ottima tecnica non era quasi mai uscito dalle piste battute.
Jean Claude aveva un suo metro personale di valutazione del pericolo valanghe.
Grado 1: piuttosto che sciare sui sassi è meglio andare a pescare.
Grado 2: sicuro ma poco divertente.
Grado 3: situazione ottimale a patto che sai quello che fai.
Grado 4: sciare soltanto nei boschi e guai a avventurarsi in terreni aperti.
Grado 5: stare al bar…
Fino a marzo inoltrato la neve rimase su un perfetto grado 3. Grazie all’esperienza del valdostano i due riuscivano sempre a trovare pendii vergini o comunque poco battuti da altri sciatori, e piano piano le tracce degli sci di Marco in quei 30/40 cm di neve fresca iniziarono ad assomigliare come eleganza a quelle dell’amico. Jean Claude sapeva tutto di quei canali che a nord si affacciano sulla Val Veny. Sapeva dove il vento aveva accumulato insidiose placche di neve instabile e sapeva come evitarle, sapeva dove un pendio all’apparenza invitante poteva finire su un pericoloso salto di rocce, o dove piccoli rigagnoli potevano trasformarsi in cascatelle di ghiaccio invisibili sotto il manto nevoso.
All’inizio non fu semplicissimo per Marco. Come tutti gli sciatori da pista al contatto con neve che arriva al ginocchio si trovò un po’ in difficoltà. Non è vero che per sciare in neve fresca bisogna portare il peso più indietro, bisogna anzi essere perfettamente centrali, e usare molto le gambe. Gli sci non girano col solo spostamento del baricentro come insegna la supertecnica inventata da Alberto Tomba e adottata da tutte le scuole mondiali fin dagli anni 90, facilitata ormai dagli sci di nuova generazione e dalle piste perfettamente battute, ma non bisogna neppure sciare come gli antichi con gli sci uniti. Marco dovette imparate l’indipendenza di gambe, la fatica del tirarsi fuori a ogni curva, la furbizia necessaria a leggere il terreno. Bisogna saper lasciare andare gli sci su terreno poco ripido per non trovarsi piantati come un’automobile nel fango e occorre saper chiudere le curve fino quasi ad arrestarsi quando il terreno si fa ripido o denso di ostacoli. Solo dopo lunga pratica si può iniziare a cercare la velocità anche fuori pista come gli atleti della Red Bull, ma a Marco e Jean Claude comunque questo interessava poco. Era molto più intrigante prendersi pause per fotografare le orme che un animale aveva lasciato nella neve, oppure stare ad osservare l’aquila o il gipeto, o ancora cercare nuove linee tra le infinite possibilità che un terreno senza paline e reti di protezione può offrire a chi ha le palle e la conoscenza per avventurarsi in quei terreni vergini. Oddio, vergini, negli ultimi anni la moda del cosiddetto free ride aveva contagiato anche parecchi turisti che spesso finivano poi col cacciarsi nei guai, ma per i valligiani qualche tratto di terreno intonso risparmiato dai nuovi uomini e donne avventura  rimaneva sempre su quei versanti immensi. I due scesero nei primi giorni sui più frequentati canali dei Vesse, spesso già tracciati da guide con i clienti e turisti vari, per poi andare a scoprire i dossi che li separano, il canale degli Spagnoli, il cappello del Vescovo, l’enorme conca dell’Arp Vieille. Fu un momento magico. Frequenti perturbazioni portarono neve mai eccessiva a intervalli di pochi giorni, che cancellava le tracce precedenti mano a mano che si diradavano le file di turisti già con la testa al mare e all’estate.
Curva dopo curva venne poi la primavera, quella autentica.
I canali a bassa quota divennero impraticabili a causa delle valanghe che col disgelo scendevano dai fianchi di questi riempiendoli di duri blocchi di neve ghiacciata, e Jean Claude pensò che fosse giunto il momento di portare l’amico sulle alte quote e i ghiacciai del versante sud, dove la neve subisce un processo di trasformazione, a causa delle alte temperature durante il giorno e del successivo rigelo notturno, che crea il famoso e agognato firn, quello stato del manto nevoso che non dura più di un paio d’ore nell’arco della giornata ma che rappresenta il massimo del godimento per gli amanti del fuoripista, al pari della neve fredda invernale. Due centimetri di neve morbida e addomesticabile su un fondo duro ma non ghiacciato, sodo e appetibile come i fianchi di una donna che pratica molto sport.
Un paio d’ore di orgasmo puro in pratica.
Marco aveva notato che quel paio d’ore erano ormai l’unico momento in cui a Jean Claude riusciva ad accendersi una luce negli occhi, ed era dispiaciuto e preoccupato .
L’amico stava male, si vedeva. La ex moglie, una ragazza sarda che era andata a fare la cameriera a Courmayeur per una stagione, giusto il tempo di rimanere incinta, era tornata a Cagliari con la bambina e Jean Claude era quasi impazzito. Beveva un bel po’ già da prima, ma quello si sa è un vecchio vizio di quasi tutti i montanari, però negli ultimi tempi le sue sbronze erano diventate tristi. In montagna rinasceva, poi una volta tornato in paese finiva ormai tutti i giorni col tornare a casa barcollando. Marco non lo abbandonava mai, e spesso anche lui si ritrovava in cantiere il giorno dopo con un bel cerchio alla testa.
Fu in una mattina di cerchio alla testa per entrambi che Jean Claude si dimostrò il più lucido dei due e salvò la vita a Marco. Erano saliti al colle delle Aguilles Marbrée per scendere sul pendio che porta sulla Val Ferret dopo quasi 2000 mt di dislivello.
E’ un posto per gente esperta. Prima trovi un difficile tratto a una pendenza che un tempo sarebbe stata considerata sci estremo ed ora declassata solamente a sci ripido, poi una zona di crepacci quindi, finalmente fuori dai pericoli, una bella sciata su pendii dolci e boschi fino all’abitato di Planpincieux. Era ancora presto e la neve ghiacciata della notte non era ancora diventata firn ma chissà perché Jean Claude aveva fretta di scendere. Temeva forse che ci sarebbe stata una giornata più calda del solito e non voleva rischiare di trovarsi invischiato nella neve marcia a fine discesa, o forse stava semplicemente male con sé stesso come sempre più spesso accadeva. Normalmente i due si sarebbero fermati al colle a prendere il sole, a fumare una sigaretta – cosa che a 3550 mt non è proprio il massimo ma lo facevano sempre – e ad aspettare il momento ottimale come due surfisti in attesa dell’onda perfetta, ma quel giorno iniziarono troppo presto a sciare l’insidioso traverso che porta nel canale. Il fondo era ancora duro come marmo. Le tracce di coloro che li avevano preceduti nei giorni addietro avevano formato durissime rotaie e Marco era nervoso. Jean Claude lo tallonava strettamente. Il traverso è lungo un centinaio di metri ed è talmente ripido da poter appoggiare una mano sul pendio alla tua destra mentre lo percorri. Marco iniziò a prendere velocità, gli sci presero a sobbalzare sulle rotaie di ghiaccio, perse il controllo, incrociò gli sci e cadde verso l’abisso. Jean Claude era un metro dietro di lui e riuscì ad afferrare il cappuccio della sua giacca che tenne, non si strappò e Marco rimase quasi appeso su un muro ghiacciato di 600 mt a circa 50 gradi di pendenza. Non perse gli sci fortunatamente e riuscì a raddrizzarsi con il cuore a mille. Un volo in quel punto vuol dire morte certa, lo sanno tutti i frequentatori di quel posto. Jean Claude non disse neanche una parola e lo lasciò a riprendersi per lo stretto necessario, poi lo spronò a ripartire. Non c’è altro da fare in quei casi, non puoi certo fermarti su quel diagonale e chiamare l’elicottero come uno sfigato qualsiasi che si è cagato addosso, troppo esposto e pericoloso.
Al termine del tratto terrificante la pendenza rimase uguale ma almeno fu possibile iniziare a fare delle curve. Dopo poche decine di metri di discesa fu tutto come prima, il battito del cuore tornò normale, la neve iniziò a trasformarsi nell’agognato firn, e la sciata tornò a essere divertente dopo aver rischiato di trasformarsi in un incubo. I due superarono con prudenza la pericolosa crepaccia terminale fonda e nera come una foiba sfruttando sapientemente un ponte di neve, arrivarono a valle giusto in tempo per un piatto di polenta concia con fontina, abbondantemente innaffiata da un vino rosso locale, e dell’episodio non se ne parlò più. Ben presto l’inverno finì, la neve se ne andò e i due amici passarono l’estate a camminare, andare a funghi, andare a pescare, e ogni tanto ad arrampicare sulle falesie di fondo valle.
Jean Claude però diventava ogni giorno più cupo. D’estate era lui quello che aveva più tempo per pensare. Marco nei cantieri lavorava molto di più che d’inverno, mentre Jean Claude faceva il giardiniere nelle ville dei signori milanesi a Courmayeur, e ogni anno c’era sempre meno lavoro. Gli anziani aristocratici che frequentavano il paese negli anni addietro ormai erano troppo vecchi per muoversi dalla città, molti non c’erano più, e i figli non frequentavano volentieri la noiosa montagna estiva. Parecchi giardini erano lasciati andare, e Jean Claude era sempre più depresso.
Non riusciva a vedere la bambina che un paio di volte l’anno e sentiva che piano piano per lei il vero padre era ormai diventato l’altro, quello di adesso, quello che la stava crescendo, quello che le comprava i giochi e la portava al mare. Niente di buono per lui, era chiaro a Marco ma anche ai colleghi, agli amici del bar, a tutti ormai.
Jean Claude non stava affatto bene purtroppo, e beveva ogni giorno di più.
Arrivò anche l’inverno successivo e, benedette da tutti gli abitanti del luogo, molto presto vennero le prime nevicate, benedette sì ma anche le più pericolose.
Marco si stupì quando Jean Claude una sera al bar gli chiese se avrebbe voluto ereditare i suoi sci in caso gli fosse successo qualcosa. In realtà disse questa cosa da ubriaco e Marco non gli dette troppo peso, ma la questione lo preoccupò comunque.
La depressione in montagna è più pericolosa che altrove.
La settimana prima di Natale il giorno di riposo di Marco cadde in coincidenza con una nevicata eccezionale. Il bollettino nivologico della Valle dava pericolo valanghe 4, e decise di andare a sciare nei boschi della Val Veny. Ormai era abbastanza esperto dei luoghi da fidarsi anche ad andare da solo, e comunque c’erano parecchi locals in giro quel giorno. In gran parte erano giovani maestri di sci o di snowboard e guide alpine, tutti a fare fiato su quella neve alta e faticosa in vista della lunga stagione invernale.
 I boschi sono abbastanza sicuri in quei casi anche se il pericolo 4 è il secondo più alto nella scala. Se sai quello che fai al massimo puoi staccare piccole colate sulle quali sciare come un surfista su un’onda, si sa che tra tutti quegli alberi non partono mai valanghe pericolose, ma devi stare assolutamente lì e non  sgarrare.
La neve tra i larici e gli abeti arrivava a metà coscia, e Marco la sentiva distaccarsi frequentemente sotto agli sci, appoggiata su un terreno che forse non aveva gelato a sufficienza prima della grande nevicata. Ogni curva era una colata, e spesso ti trovavi dentro fino alla pancia, era veramente divertente.
Jean Claude era in servizio ma riusciva ogni tanto a unirsi agli amici sciando tra gli alberi per spostarsi da un posto all’altro sul comprensorio. Sistema una rete qua, controlla un cannone là e intanto 2 o 3 discese spettacolari se le era fatte. Era raggiante, Marco non lo vedeva così da un bel po’. Si divertiva come un bambino a gareggiare con ragazzi di vent’anni più giovani usando le piante come paletti di una pista da slalom. Jean Claude era velocissimo e in formissima.
-Fratello, questa le ricorderemo come La grande sciata… mai trovata una neve così a inizio stagione !!!
Marco non capiva l’euforia esagerata dell’amico, avevano già trovato condizioni migliori, ma andava bene così, almeno all’apparenza Jean Claude era tranquillo e felice. In realtà la faccenda era molto più complessa ma al momento Marco non poteva saperlo.
Verso la fine della mattinata però qualcosa cambiò. Il cielo si coprì e l’aria diventò velocemente più calda a causa di un vento di föhn che era arrivato improvviso. Anche se non era superstizioso Marco pensò alle varie leggende di tutti i popoli del mondo che associano il vento caldo a disgrazie, terremoti e altre calamità e fu attraversato da un brivido. Era arrivata l’ora di fermarsi.
 La neve si era fatta  più pesante e nel giro di mezz’ora la sciata era diventata  decisamente più faticosa di quel che già era, molto meno piacevole e soprattutto pericolosa. Con le gambe stanche, in quella neve era un attimo lasciarci un legamento di un ginocchio, e non è una cosa da augurarsi a inizio stagione, proprio no.
I due amici si ritrovarono nel pomeriggio in un bar alla partenza di un impianto a bere birre con un gruppo di maestri di sci, e per Marco la giornata avrebbe potuto finire tranquillamente lì, ma Jean Claude doveva finire il turno, ancora un’ora, e insistette per fare un’ultima discesa. L’amico accettò di malavoglia. Era un po’ alticcio e non voleva rischiare ma decise comunque di accompagnare Jean Claude, che in seggiovia si fece silenzioso. Raggiunsero il Colle dello Checrouit, Jean Claude doveva scendere alla stazione a valle della seggiovia della Zerotta e dopo alcune curve sulla pista battuta  scavalcarono le reti posizionate proprio da Jean Claude e dai suoi colleghi nei giorni precedenti per evitare che qualche turista si andasse a ficcare nei guai. In quel punto inizia un lungo canale fiancheggiato da dossi e boschi su entrambi i lati. Una grossa cornice di neve si affacciava quel giorno sul pendio, una massa instabile che a un qualsiasi occhio esperto avrebbe messo i brividi. Il canalone sembrava la bocca di un drago, pronto ad inghiottire il primo malcapitato che fosse finito per sbaglio in quell’imbuto. Jean Claude si tenne sul dosso di destra poi si fermò ai margini del bosco lasciando passare avanti Marco, quindi partì a sua volta.    
Marco non si accorse della diversione di Jean Claude finché non sentì il rombo.
Fu come un terremoto, una grossa crepa si aprì nel manto nevoso e Marco alzando la testa vide la cornice di neve scendere prima lentamente poi sempre più veloce verso il basso. Erano al sicuro, pensò in un attimo, la valanga si era staccata nel canale, a poche decine di metri, e loro erano in mezzo agli alberi. Nessun problema, almeno all’apparenza. Fece però appena in tempo a vedere l’azzurro della giacca di Jean Claude scomparire in una nuvola bianca alla sua sinistra e capì all’istante.
Che cavolo era successo?
Jean Claude non avrebbe mai commesso l’errore di infilarsi in quel canalone privo di alberi, non era da lui nemmeno se fosse stato ubriaco fradicio. Solo dopo capì, o credette di capire, durante la disperata ricerca con l’apparecchio Arva insieme ad altri sciatori. C’era andato apposta, voleva farla finita come piaceva a lui e non avrebbe mai voluto lasciare alla figlia il ricordo di un padre suicida. L’assicurazione avrebbe pagato una grossa cifra alla bambina (si seppe poi che Jean Claude qualche mese prima aveva nominato un tutore legale onde evitare che i soldi in caso di incidente finissero per essere amministrati dalla ex moglie e dal nuovo marito), e tutti i colleghi avrebbero testimoniato che Jean Claude era in servizio e che si era trovato in quel punto per sistemare le reti che erano state spostate dal vento. Un piano maledettamente perfetto !!!    
Quando si alzò in volo l’elicottero tutto il paese era già a conoscenza del fatto. Il corpo di Jean Claude fu trovato sotto a 70 cm di neve, e all’inviato della Stampa in attesa all’hangar del soccorso alpino non fu data alcuna informazione prima che venissero avvisati tutti i parenti. In paese colleghi e amici non ebbero bisogno di tante spiegazioni per capire com’era andata la faccenda. Chi conosceva bene Jean Claude capì e basta ma nessuno lo disse chiaramente, bastarono gli sguardi al funerale, e all’immancabile bevuta successiva.
Marco per Natale tornò a Novara e non mise mai più piede in Valle, neanche per le annuali messe celebrate in memoria dell’amico nella chiesa di Morgex, e questo a molti non piacque, ma lui era fatto così. Jean Claude gli aveva dato tanto e lui più che un bicchiere alla sua salute quando gli veniva la malinconia non riusciva a dargli, ma sapeva che per l’amico era più di tante messe…



sabato 5 gennaio 2019

Di musica, cibo, prodotti freschi e preconfezionati…




Ho vissuto tutta la vita nella musica, con mia grande fortuna prevalentemente con artisti di razza, ma ho avuto anche una esperienza breve, tragica e illuminante al tempo stesso nel mondo del cibo: una piccola bottega alimentare aperta con la mia compagna Cinzia. Oggi a bocce ferme, con la bottega chiusa per insostenibilità economica, reduce dall’ennesima estate su palchi assolati e autostrade intasate, e poco lavoro perché a gennaio non c’è mai molto da fare, mi è venuta voglia di fare parallelismi, associazioni di idee, confronti se vuoi border line.
Formaggio dei grandi produttori industriali vs basi free of rights scaricabili in rete e prodotti di alpeggio vs artisti di razza !!!
Scrivo ancora canzoni e sonorizzazioni con passione. Le cose che faccio sono tutte suonate da mani umane, le mie. Magari maluccio perché non sono un virtuoso ma aggiustate bene grazie a una tecnologia della quale mi reputo padrone, e in questo caso la suddetta va ringraziata, e utilizzo pochi loops ritmici, mai fraseggi preconfezionati abbondantemente disponibili persino sui programmini amatoriali come Garage band.
Ritengo che non sia necessario essere dei virtuosi per avere delle idee, la maggior parte dei grandi autori di oggi non lo sono, ad esclusione di quelli di estrazione classica o jazz come Bollani e altri fuoriclasse.
Impiego molto tempo a farlo, nel caso delle canzoni le scrivo senza pensare a chi le potrà cantare poi le propongo, e quelle che reputo troppo personali me le canto da solo. Quelle che scrivo in un anno si contano sulle dita di una mano. Nel caso delle sonorizzazioni sono più prolifico. Spesso ci sono indicazioni di un regista, raramente immagini a cui ispirarsi, nei casi di corti clip promozionali spetta a me rapportarmi allo story board, e ci metto l’anima indipendentemente dall’importanza e dal ritorno economico del progetto, anche se ovviamente non lavoro gratis. A volte ci sono riscontri in termini di diritti d’autore, altre volte riscontri diretti. Comunque, non credo serva un diploma al conservatorio per sapere quali accordi creano tristezza, quali gioia, quali tensioni da risolvere e quali tensioni da lasciare lì nell’aria, e le melodie mi vengono per grazia ricevuta.
Serve solo amore !!!
Lo stesso che mette il malgaro che munge le mucche e poi prepara le forme attento nel dosaggio del caglio, predispone la stagionatura nei tempi tramandati da decenni dai suoi avi, assaggia il prodotto e prima di metterlo in vendita scarta quello con dei difetti, che terrà per sé da mangiare in famiglia. Uguale fa il compositore, si prende i suoi tempi, non forza la mano, se ha delle consegne da rispettare inizia per tempo o va a cercare nel cassetto idee riposte da tempo che vanno solamente adattate alla situazione richiesta al momento. La mia composizione più riuscita dal punto di vista commerciale nacque in prima bozza nella mia cantina, la cantò un amico prima e un altro dopo, visto che aveva un’estensione vocale per me impossibile. Con il secondo cambiammo delle parti e la proponemmo a un big che la fece sua mettendoci il testo e cambiando il ritornello a sua volta… poi la mise nel cassetto. Uscì 10 anni dopo e andò prima in classifica !!!
Torniamo ora al cibo. I prodotti dei grandi gruppi alimentari sono fatti in serie, industriali. Devono essere sempre uguali per non tradire il gusto assuefatto del consumatore.
La massa ci mette tempo ad apprezzare un sapore non standardizzato. La moda dei prodotti slow food e km zero può aiutare chi fa qualità ma c’è in giro tanta fuffa, e per molti comprare bio è solo un modo per illudersi di mangiare sano. Ma se non hai il palato per apprezzare le differenze finisci ad esempio col bere vini pessimi, peggiori di quelli del contadino degli anni 70 semplicemente perché non sono limpidi e sembrano genuini, non importa se quasi sempre fanno cagare !!!
Il consumatore è così, non ha tempo e voglia per pensare, per chiudere gli occhi e gustare un sapore insolito o una melodia inusuale. Il videomaker che deve insonorizzare una qualsiasi cosa a basso budget compra in rete (non si può sincronizzare su un video musica scaricata gratis illegalmente, ormai su you tube e sui social ci sono codici che consentono al titolare dei diritti di bloccarti in automatico). Il videomaker compra in rete basi che per l’uso professionale non costano neanche poco ma sono lì, puoi scegliere quello che ti serve fra centinaia di composizioni e tra vari stili, e ti costeranno poco meno del lavoro di un compositore (a meno che non ti rivolgi a un big affermato). Questo però ha i suoi tempi, i suoi gusti, e comprare al supermercato è più facile, tutto qua. Non a caso per gli acquisti in rete il simbolo è il carrello !!!
Anche per la musica commerciale funziona così, e così per le radio. Comprano al supermercato dei talent, delle major e di quelle etichette indie che si sa per certo che quello che pubblicano ha un suono che funziona. Se una cosa funziona in un dato momento storico non ha senso sperimentare qualcosa di diverso, del resto.
Ora ci sono più mercati in concorrenza: la scena indie, la scena trap e i big del pop. Si può dire che la scena indie sia lo slow food commerciale alla Farinelli, stile Eataly, che la scena trap siano le merendine della Kinder per il pubblico dei bambini e che i big del pop siano come i grandi vini di moda. Peccato che un concerto allo stadio  ti costa come una bottiglia di Tignanello, nei posti migliori con ticket aftershow ha il costo di un Sassicaia mentre per me questi vini sono paragonabili a Beethoven o ai Beatles, non certo a tanti che affollano gli stadi. Ci sono naturalmente le dovute eccezioni (in Italia Vasco Rossi, tra gli internazionali Springsteen, i Rolling Stones, tutta gente con parecchi anni di invecchiamento in botte !!!), e poi ci sono rock duro e metal che fanno razza a sé. Roba da uomini veri: birra e salsicce, niente vegani please !!! 
Ed ora veniamo ai tempi di stagionatura. 
Un tempo la discografia dava agli artisti il tempo per affermarsi, producendo album che difficilmente coprivano le spese ma insistendo se i direttori artistici ci credevano, ora è impensabile. Lucio Dalla ci mise più di dieci anni dal primo disco ad arrivare al successo, e Vasco poco meno. Anche una cantina o un piccolo caseificio ha bisogno di tempo per affermarsi e per convincere un pubblico sempre più acritico ma convinto di essere ipercritico, spesso rompicoglioni ma senza conoscenze !!! 
Per produrre roba di qualità ci vuole tempo per sbagliare, correggersi e nel frattempo riuscire a stare a galla.  Ora il tempo puoi prendertelo solo se hai sufficienti risorse per mantenerti intanto che autoproduci brani su brani. Molti della cosiddetta scena indie hanno fatto così. Bravi certamente, ma credo poco a quelli che raccontano di dieci anni di gavetta mantendosi con i concerti nei centri sociali, che notoriamente pagano pochissimo. Per moltissimi c’è dietro la famiglia come per quei fuori sede che riescono a laurearsi in città carissime come Milano, Bologna, Roma, Firenze e ti raccontano che si pagano gli studi facendo i camerieri nei bar…
Per una bottega così come per un musicista che aspiri a fare solo quello è uguale.
Senza spalle grosse non si va da nessuna parte.
Un’attività commerciale ha costi di gestione importanti anche se è piccola, e quando ti senti dire che la ricotta fresca di montagna è buona ma preferiscono quella della Galbani ti cadono le palle per terra. Crearsi una nicchia è difficile, i prodotti ti scadono nel frigo così come gli arrangiamenti che diventano vecchi in pochi mesi, ma la passione rimane. Ho già pubblicato un post sulla velocità, io sono un fautore della lentezza ma non della pigrizia. I miei amici lo sanno, quando non lavoro in tour o in studio scrivo o faccio musica o macino chilometri a piedi per boschi e montagne.  
Sul lavoro sono per le cose fatte bene. In fretta si possono fare solo alla cazzo o con metodi standardizzati e collaudati da catena di montaggio. L’amore richiede tempo, il sesso da una botta e via pochi minuti. Un grande vino va apprezzato ascoltando Mahler o i King Crimson o John Coltrane o quello che volete, ma con attenzione. Con i vini medi ma accettabili ci si fa l’aperitivo chiacchierando mentre la radio trasmette roba in sottofondo che non ascolti neanche. Un vino scarso va bene per il clochard che beve in fretta per stordirsi senza neanche sentire il gusto, o per chi beve quotidianamente ma solo a tavola perché “non si può mangiare senza vino” e non ascolta proprio nulla.
Bene, ho finito anche se di esempi per illustrare il mio pensiero ce ne sarebbero all’infinito, e questa volta chiudo con un paio di citazioni importanti, se vuoi banali ma gli evergreen non sbagliano mai.

Ubriacatevi, di vino di virtù o d’amore ma ubriacatevi (C. Baudelaire)
Fate quel cazzo che volete ma fatelo bene (V. Rossi)