lunedì 31 dicembre 2018

Ultimo post 2018… la velocità, la corsa e il suo valore (o disvalore) con auguri annessi, buon anno !!!





Premetto che la foto è volutamente fuorviante, se siete appassionati di running non sarete soddisfatti da questo post.
Nella foto sono infatti quasi al termine dell'unica gara che ho fatto di corsa in montagna, delle quali accennerò più avanti e non in maniera del tutto lusinghiera.
Il titolo del resto ha in sé una domanda anche se in me ho già una risposta, che però ha un valore del tutto personale ovviamente. Mi chiedo (e vi chiedo) solo se siano i tempi ad obbligarci ad una data velocità o se la velocità sia causata dalla consapevolezza che ai nostri tempi non ci sia più alcuna necessità di perdere tempo ad approfondire.
Comunque sto bene state tranquilli, ieri sera non ho bevuto quasi nulla e ho preso la mia pillolina, ma cercate di seguirmi ugualmente anche se sembra una domanda alla Marzullo.
Tralasciando l’ambito accademico, che perderebbe la ragione di esistere in assenza della necessità di approfondimento, vorrei parlare soltanto di due ambienti di per sé opposti ma complementari, coesistendo entrambi nella vita di tutti noi: il momento professionale e il momento ludico, nello specifico lo sport.
Partiamo dal primo.
In tutti i campi la digitalizzazione, ossia il passaggio dall’ambiente analogico all’ambiente digitale, ha portato un’enorme velocizzazione dei processi di lavoro, e il mio campo non è stato da meno. Non starò a fare un elenco da addetti ai lavori di quello che è successo da metà degli anni 90 fino al nuovo millennio, ma in un ventennio si è letteralmente stravolto il modo di produrre, registrare e riprodurre dal vivo la musica. Negli ultimi 10 anni anche le modalità di composizione sono finite in questo calderone, e sinceramente non posso né esserne compiaciuto né dolermene, semplicemente ne prendo atto anche se quel poco a livello compositivo che so fare lo faccio soltanto in maniera tradizionale, quindi con una chitarra in mano o di fronte a una tastiera, ma tant’è. Ammetto che alcuni patchworks musicali ottenuti senza suonare realmente neanche una nota sono indubbiamente interessanti anche per un vecchio orso come me, la gran parte però non mi procura alcuna emozione.
Vengo quindi al punto, essendo tutto ormai velocissimo a che serve esserlo ulteriormente? Ricordo tempi nei quali la gestazione di un progetto musicale richiedeva mesi, solo sommando i tempi di riavvolgimento di un vecchio nastro analogico durante la lavorazione di un album oggi se ne farebbero due, eppure è così. I produttori e gli artisti di media fascia, spesso ormai produttori di sè stessi, richiedono ai fonici velocità di esecuzione mostruose, giustificano la cosa asserendo che così facendo “catturano l’attimo che poi se ne va”, mentre in realtà potrebbero sfruttare la velocità per permettersi di sbagliare più volte prima di raggiungere il risultato voluto –cosa che non sarebbe affatto un male- ma spesso invece finiscono col pubblicare di tutto e di più tanto per poter dire che si scrive tantissimo e si è tremendamente prolifici. Tanto poi il brano va solo sui social senza costi di stampa fisica e distribuzione, il video lo si fa con l’iphone e lo si affida a un professionista solo per il montaggio che ovviamente dovrà essere velocissimo e via, il prodotto è pronto per essere imbustato, ma guai a chiamarlo prodotto. In realtà credo che ciò sia dovuto alla disabitudine a ragionare sulle cose prima di farle. Viene voglia di scrivere un tweet e lo si fa, e se ti passa una mezza idea per la testa vuoi fissarla già in bella copia, fruibile, il prima possibile, col risultato di mettere in giro spesso delle solenni cagate. Non a caso i big continuano a metterci mesi per scrivere e registrare un album. Guardate che anche una volta si catturava l’attimo, scrivendolo su un pentagramma o registrandolo su una cassettina, poi i compositori classici verificavano con l’orchestra e le rock bands andavano in studio a registrare.
Ho visto sulla Rai un documentario, interessante devo dire, sulla scena indie italiana. I precursori hanno oggi hanno poco meno della mia età e barbe sale e pepe che prestissimo saranno bianche come la mia. Io quel momento non l’ho vissuto, essendo sempre stato in un mondo tra il rock commerciale e il pop mainstream che mi ha impedito di farmi un’idea precisa del come sia nata questa cosa. Immagino che inizialmente da parte di alcuni ci sia stata un’eccellente capacità nel fare di necessità virtù. Pochi soldi da spendere, zero interesse e lungimiranza da parte delle majors, una tecnologia che stava iniziando a permettere risultati accettabili dal punto di vista sonoro, e tante idee che bisognava trovare il modo di far sentire in giro. I posti c’erano – la rete per proporre i brani, e piccoli clubs, centri sociali e festival minori per farsi sentire dal vivo – il pubblico c’è sempre se riesci a intercettare i ventenni, e l’onda è partita.
Contesto solo il fatto di non volere ormai più rinunciare a certe sonorità cheap considerandole un marchio di fabbrica quando rendere una canzone più piacevole anche dal punto di vista sonoro non sarebbe difficile neanche rinunciando a masterizzazioni e missaggi in studi importanti, cosa che potrebbe insinuare nel pubblico il sospetto di essersi venduti al mainstream. Tanto poi quando si entra nel club dei pochi che ancora vendono il prodotto fisico si cambia velocemente idea, come dimostrato ampiamente dai due furbissimi “Comunisti col Rolex”…
Comunque, di fatto, se non smanetti come un pazzo con programmi e mixer digitali sia in studio che negli spettacoli dal vivo, è meglio che ti ritiri in un eremo a giocare a scacchi. Non è un caso che i pochi professionisti over 50 che hanno raggiunto un livello da poterselo permettere siano ormai quasi sempre coadiuvati da giovani assistenti che smanettano per loro.
Potere permettersi il lusso di pensare a una cosa prima di farla è cosa per pochi oramai.
Sarebbe possibile nel secondo caso, lo sport.
Qui sarò più breve ma mi chiedo, se non ti pagano per farlo, chi te lo fa fare di essere competitivo allo spasimo? La competizione è sana, intendiamoci, senza di quella non esisterebbe neanche lo sport amatoriale, ma diamoci una calmata. Vado in montagna da sempre, ormai l’ho scritto talmente tante volte che lo sanno anche i sassi, ma un po’ per questioni anagrafiche e un po’ per la mia forma mentis ho rinunciato a tante cose che mi davano piacere ed ora non me ne danno più. Me ne sono andato da una vita in montagna che avevo scelto quando tutti i miei amici hanno iniziato a fare le gare di trail running. Ovviamente la mia scelta non fu dettata  solo da questo ma fu parte non secondaria di un processo di disinnamoramento che sempre accade quando i luoghi o gli artisti o le persone dei tuoi sogni virano in una direzione che non è più la tua. Comunque, sui sentieri non si può più camminare, bisogna correre in tutina attillata se vuoi stare in compagnia, ma vi sembra possibile? All’inizio si chiamava sky running ed era una cosa per una ristretta élite di superuomini, poi hanno iniziato gli abitanti della montagna ed ora anche i cittadini.
Curre curre guagliò, era un brano dei 99 Posse, chi se lo ricorda?
Parlava di centri sociali occupati, di sbirri e tossici e di chi doveva correre per stare a galla in una Napoli dimenticata, ora corre il cummenda milanese sui crinali delle Alpi senza neanche dovere scappare da qualcosa, e credo senza nemmeno nessun interesse ad approfondire la storia e la geografia dei luoghi. Insomma, a camminare ci vado da solo su un Appennino dimenticato e abbandonato da tutti, soprattutto dai giovani, ed è un peccato. Un po’ di vita c’è sulla Via degli Dei, il trekking tra Bologna e Fiesole sempre più frequentato, anche se soprattutto da stranieri, e che comunque ormai ospita anche lui la sua bella gara una volta all’anno (125 km di corsa… chapeau ma per me sono matti, gli ortopedici ringraziano).
Dello sci fuoripista che adesso si chiama freeride parlerò in un altro post, aspetto che nevichi bene così c’è più interesse e prendo più likes JJJ (scherzo ovviamente, ci mancherebbe), mentre degli sport di squadra che dire… C’è gente che gioca nelle leghe amatoriali per scimmiottare i professionisti o per sentirsi ancora gli atleti che furono, con litigate e regole ferree di dieta e regolamento comprese nel menu, mica bello… non si vincono dei soldi col calcetto o il mio amato softball ma quante incazzature che tocca di vedere sui campetti di periferia !!!
Per finire, se avete tempo e voglia cliccate sul link a fondo pagina. Troverete un’interessante recensione di un libro di qualche anno fa del professor Enrico Maffei: “Elogio della lentezza”. Io non l’ho ancora letto ma sono incuriosito e lo farò.

Buon anno a tutti e andate piano, soprattutto stasera J 



mercoledì 19 dicembre 2018

Il libro di montagna è diventato trendy…vediamo un po’ perché




Ho una collezione di libri di montagna invidiabile. Da quelli ereditati da mio nonno, con edizioni originali di Comici, Gervasutti, Livanos e altri che risalgono addirittura all’epoca fascista, fino a quelli di mio padre dei vari Bonatti, Rebuffat e Desmaison, per arrivare all’intera collana delle edizioni Vivalda che comprende, fra gli altri, numerosi scritti dei grandi americani dell’epoca sessantottesca, passando poi per Messner, Jon Krakauer con la sua “Aria Sottile” e altri più attuali, e per finire i moderni scrittori italiani di cassetta come Mauro Corona, Paolo Cognetti, e Guccini e Macchiavelli con i loro gialli appenninici.
Proprio questi ultimi italiani sono l’oggetto di questo post, visto che ora sono diventati tremendamente trendy.
Le loro storie di montagne selvagge e antiche, dai ritmi lenti, con le vite dei protagonisti scandite da tempi di altre epoche, tra malghe e mucche e animali selvatici e inverni rigidi, sembra esercitare un’attrazione finora insospettata nei lettori da centro commerciale. Da centro commerciale, proprio così, perché è proprio in quelle specie di pollai con le luci artificiali, l’aria condizionata d’estate e il riscaldamento d’inverno sempre al limite dell’umana sopportazione, che si vendono i libri da classifica.
Con buona pace delle piccole librerie ormai deserte, l’umanità vuole scegliere tra pochi titoli da leggere in fretta e di poco impegno, ma perché ultimamente proprio la montagna da sempre relegata in fondo alle preferenze dei lettori?
Una volta era il mare.
Dalle vette di letteratura di Melville con Moby Dick alle avventure usa e getta di Clive Cussler, il grande sogno del cittadino alle prese con traffico e Xanax è sempre stato il mare, possibilmente del sud, mentre ora la montagna pare esercitare un’attrazione impensabile fino a qualche anno fa.
Sicuramente il sogno della vita a costo zero, in un’ambiente incontaminato, ha soppiantato il mito del successo in molti di noi, penso senza sbagliarmi di molto a causa della sindrome della volpe e dell’uva.
Mentre negli sessanta/settanta il travet di fantozziana memoria viveva il posto fisso come una prigione dalla quale sognare di affrancarsi portando la signorina Mazzamauro del caso sulle bianche spiagge delle Maldive, inarrivabili per i più, e nei più vicini ottanta/novanta la spiaggia tropicale era diventata possibile a patto di correre come dei pazzi per accumulare denaro sufficiente nello spirito yuppista/craxista/reaganiano imperante all’epoca, ora la faccenda è molto più dura.
Qui ormai  il posto fisso c’è solo nelle battute di Checco Zalone e ti devi sbattere come un pazzo anche solo per stare a galla a meno che tu non appartenga a quella esigua minoranza che continua ad arricchirsi alla faccia della crisi che non ci molla da una decina d’anni almeno !!!
Ed è qui che entra in gioco la montagna.
Quel simpatico furbastro di Mauro Corona predica il “togliere”. Un togliere i consumi che strizza l’occhio alla decrescita felice del miliardario Grillo (perché mai il genovese non inizia per primo a decrescere felicemente?) e che trova plausi a destra e a manca. Appunto a destra e a manca perché fatto felice l’ex comico il buon Corona non si fa scrupoli a dichiararsi comunista ma appoggerebbe Minniti (ora ormai fuori gioco e che comunque comunista non è) e dulcis in fundo si dichiara amico di Salvini. Bingo!!!
Detto questo è indubbio che sia furbo ma che non piaccia a gran parte degli intellettuali, ma ormai lo studio è considerato un disvalore quindi questi contano ormai ben poco, e per Mauro contano di più gli ”sghei”.
Come dargli torto del resto? A parte la furbizia spicciola del montanaro nato povero che se si possono prendere denari giustamente li va a prendere, Corona ci sa fare.
Come opinionista televisivo ovviamente de gustibus, a me fa ridere. Se non si pretende di prendere sul serio le sue castronate quella mezz'oretta di gags con la sua Bianchina in fondo è divertente. 
Era bravo a scalare e forse lo è ancora nonostante gli ovvi limiti anagrafici, anche se non è mai stato un Manolo o un Edlinger, e personalmente lo ritengo un eccellente scultore del legno e come scrittore funziona. 
Alternando storie di streghe e folletti, di animali del bosco, di bevute colossali e di serial killer di altri tempi, si fa apprezzare e porta il precario della bassa padana ad immaginarsi finalmente in pace in una baita, intento ad accendere il fuoco ed esentato dallo stress da rinnovo di contratto o da anticipo dell’irpef.
Ovviamente non funziona così, e ve lo dice uno che in montagna ci è vissuto.
In montagna e non solo, anche in qualsiasi paese di pianura, se non ci sei nato non puoi prendere, è dalle metropoli che si prende. Lassù devi dare. Devi dare te stesso con amore e rispetto, ed è meglio se il  lavoro non lo cerchi ma lo porti, sennò devi essere abbastanza benestante da essere autosufficiente, e comunque la neve è fredda e pesante da spalare, la legna nel camino non ci va da sola e la montagna “firmata” che frequentiamo quando andiamo a sciare non ha niente a che vedere con quella descritta in questo filone narrativo.
Mi viene da pensare al mio appennino dell’alta valle del reno (appennino bolognese) descritto dal duo Guccini-Macchiavelli nei loro polizieschi. Poiana, il protagonista della serie, è una guardia forestale che vive in un non ben specificato paese che potrebbe essere ovunque tra la Pavana del nostro “maestrone” e Porretta e Granaglione e Castelluccio etc… Qui tra villeggianti estivi, comunità di Elfi, inverni rigidi e caratteri tagliati con l’accetta, ogni volta il buon Poiana risolve delitti a modo suo alla faccia dei carabinieri preposti alle varie indagini. Siamo sempre allo stesso punto, andateci voi a vivere a Granaglione e poi mi raccontate la bellezza del togliere. Pensate che in tantissime frazioni ancora non arriva il 4giga, saremmo capaci di vivere totalmente disconnessi accontentandoci di un buon libro, di coltivare l’orto e di parlare di stagioni con dei sospettosi “locals” che comunque vi considereranno sempre un cittadino?
Io vi assicuro che è dura.
Quando vivevo in montagna stavo in un posto molto “firmato” dove inizialmente fui accettato forse solo perché ero conosciuto per il mio lavoro, gli amici sono arrivati lentamente ma alcuni sono rimasti tali e anche buoni amici posso dire. Anch'io inizialmente sognavo un certo tipo di montagna ma scoprii presto il fastidio del dover schivare le folle iper benestanti che arrivavano nei week end e  mi sentivo anzi a disagio perché anche i “locals” avevano più soldi di me, altro che “togliere” !!!
Per chiudere citerei Cognetti, che ha vinto addirittura un Premio Strega con “Le otto montagne”.
Stilisticamente bravo, non c’è che dire. Il tema è abbastanza spudoratamente ispirato al 900 di Bertolucci. L’amicizia fra due bambini di opposta estrazione che prosegue fino all’età adulta. Qui onestamente l’autore si dichiara per quello che è, un cittadino amante della montagna che comunque non pretende di vendersi come montanaro, che lo è invece l’amico conosciuto durante le vacanze estive in un paesello alle pendici del Monte Rosa, in Valle d’Aosta. Anche se sono di una quindicina abbondante di anni più vecchio mi riconosco abbastanza in quelle infanzie di cittadino portato in giro per ghiacciai da un padre che poi trasmetterà al figlio l’insana passionaccia per i monti. Bisogna dire che Cognetti è, o almeno così dice la sua biografia, sicuramente un ragazzo che ha avuto la fortuna e la capacità di riuscire a fare un mestiere –il giornalista/documentarista – che gli ha permesso di vivere questa sua passione e di arrivare al successo. Complimenti anche se, almeno per me che conosco la faccenda, la storia è tutt’altro che originale ma è comunque piacevole. Magari qualcun altro vi scoprirà mondi fatati, e dev’essere questa la base di questi successi.
Questi libri si vendono a chi va in montagna perché ci trova il mondo che ama, ai montanari di nascita perché si sentono finalmente descritti per come sono o almeno come erano ( a Cortina, Madonna di Campiglio, Cervinia, Courmayeur non sono più così da tempo), a chi non ne sa e riesce a sognare, e per finire ai filosofi della decrescita felice ovviamente.
Se vi ho incuriosito, beh… buona lettura. Vi rimando ai link sottostanti per ulteriori info 

PS ... Un poliziesco di montagna l'ho scritto anch'io in tempi non sospetti: "Nel cuore del granito".
Metto un link ma non garantisco che sia ancora disponibile, se qualcuno è interessato può scrivermi in privato qualche copia ce l'ho ancora.

https://maurocorona.it/              
        
http://paolocognetti.blogspot.com/


https://www.qlibri.it/recensioni/tag/autoreita/Francesco+Guccini+e+Loriano+Macchiavelli/

https://www.ibs.it/nel-cuore-del-granito-libro-stefano-bittelli/e/9788889071182

domenica 16 dicembre 2018

L’antica Bologna dello scontro e del confronto




Passare dall’adolescenza alla giovinezza alla fine degli anni 70’ non fu facile per nessuno, a Bologna come del resto d’Italia e d’Europa, ma qui è di Bologna che vorrei parlare.
Erano gli anni del piombo e delle botte, erano gli anni di “Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino”, erano gli anni del punk e della rabbia conseguente al decennio della crisi energetica, dell’inizio del problema palestinese, degli attentati alle Olimpiadi di Monaco, a Fiumicino, e delle nostre stragi di stato.
Non credo che si stesse veramente meglio come una certa retorica odierna ci vorrebbe far credere.
Gran parte dei ragazzi cresciuti in famiglie di ceto medio borghese vissero lo scontro generazionale abbracciando le cause più radicali, chi il movimento studentesco, chi i groppuscoli di destra estrema. I figli del proletariato e quelli della Bologna ricca dei baroni universitari e delle professioni, pure.  Quando si faceva “fughino” da scuola c’era chi si trovava per fare musica e parlare di massimi sistemi pendendo dalle labbra dei più grandi, generalmente in zona universitaria, e chi giocava a biliardo o andava a “far balotta” in Piazza Galvani o nei bar fuori porta dei fighetti della zona sud, parlando tra un filotto e l’altro di abiti e di moto, e anche se la maggioranza di questi erano di destra solo per appartenenza di branco, alcuni andarono anche più in là.  
E poi c'erano gli altri, gli esclusi...
Allora non c’era il problema degli stranieri, per i bolognesi i “marocchini”erano i  meridionali, che in gran parte vivevano ancora nei quartieri ghetto creati apposta per i nuovi immigrati negli anni sessanta: la Barca e il Pilastro, e a loro venivano imputati tutti i guai della città.
Erano loro quelli che rubavano i motorini e le autoradio (e non è vero perché conobbi personalmente bolognesi purosangue dediti a queste attività), erano loro che avevano portato l’eroina (non certo loro in quanto gruppo sociale ma sicuramente la criminalità organizzata che stava iniziando allora a espandersi al nord), erano loro che portavano via il lavoro ai bolognesi accettando di lavorare in nero per paghe da fame, e questo mi ricorda qualcosa, immagino anche a voi.
Io vissi quasi tutte queste realtà. Di famiglia medio borghese, padre carrozziere e madre insegnante, mi trovai a frequentare prima, verso i 15/16 anni, un gruppetto di fascistelli che andava al bar Picnic, di fronte all’ospedale Rizzoli. Non mi sentivo accettato, seguivo il branco senza convinzione. Verso i 17 anni cambiai scuola e compagnia, e divenni un diciottenne radicale, nel vero senso della parola, nel senso che sposai le idee di un giovane e per me fantastico Pannella e mi salvai.
Mi salvai da una vita insulsa e, miracolosamente, dall’eroina. Fu la musica, per prima, e la montagna e la natura poi…
Grazie a un compagno di classe ripetente e a un illuminato professore di inglese scoprii la musica prog britannica. Fino a quel momento avevo ascoltato solo i Beatles e Battisti (che mi piacevano) e la disco dance (che odiavo).
Iniziai con i Genesis, gli Yes e i King Crimson, poi scoprii l’hard rock dei Led Zeppelin e di tutti gli altri, e in Italia realizzai che c’erano anche la PFM e i cantautori. Uno dei primi concerti che vidi fu De Andrè con la PFM al PalaDozza.
Dopo diverse esperienze con gruppetti vari e orchestre di liscio (che odiavo ma mi permettevano di raggranellare due soldi) nel 1982 conobbi gli Skiantos. Per un periodo brevissimo mi presero a suonare il basso con loro, credo perché avevo una tavernetta molto comoda per fare le prove nella villetta dei miei genitori. Non durò molto perché ero molto acerbo come musicista, e loro erano tutti di diversi anni più vecchi di me, e più esperti.
In quel periodo gli Skiantos erano rimasti in tre, come i Genesis: il mitico Roberto “Freak” Antoni, Fabio”Dandy Bestia” Testoni e Stefano “Sbarbo” Cavedoni. Alla batteria, come me musicista non formalmente parte del gruppo, c’era Ugo Rapezzi, che aveva suonato con Orietta Berti e Lucio Dalla e che poi ci provò successivamente anche come cantautore (nella scuderia di Dalla, unico artista bolognese che sia riuscito a valorizzare giovani talenti, anche se con Ugo purtroppo per entrambi non andò bene) ed ora è un intelligente e ironico poeta pensionato.
Gli Skiantos firmarono allora un contratto con la CGD e pubblicarono “Ti spalmo la crema” album di cover con un solo inedito, la title track, prodotto dai fratelli La Bionda. Non andò benissimo e Cavedoni se ne andò. Dei brani provinati nella mia taverna alcuni di questi finirono comunque in progetti successivi della band. Con Dandy e Freak nacque allora un’amicizia indissolubile. Freak era una persona stupenda, e Fabio è per me un coltissimo, tagliente e talvolta insopportabile fratello, chitarrista ritmico di rara potenza e grande appassionato di politica.
Ed è proprio qui che volevo arrivare.
Lo scontro politico c’è sempre stato nelle osterie bolognesi, e Fabio stesso del quale è indiscutibile la profonda fede di sinistra, ha anche amici di opposto schieramento coi quali si intrattiene volentieri anche per ore.
Uno di questi è addirittura un deputato di Forza Italia, per dire…
Purtroppo ora siamo rimasti a parlare tra di noi, perché di là c’è un muro.
Si rischia di sciogliere amicizie, di farsi male dentro e temo anche fuori andando avanti di questo passo. 
La smania del cambiamento ha travolto il pensiero critico.
Non ci si può più sedere a un tavolo dell’Osteria del Sole e parlare, e litigare, e scolare litri di rosso, con veemenza ma sereni. Io per Fabio non  sono mai stato abbastanza di sinistra, e ammetto di avere sbandato anche verso il centro destra seguendo il mio partito radicale, poi come molti sanno dai miei post da tempo mi ritengo di sinistra moderata, socialista se si può ancora dire.
Ma ora c’è l’odio, porca miseria, e mi spaventa.
Ora c’è l’odio, e se fosse un odio realmente rivoluzionario sarebbe esecrabile comunque ma avrebbe almeno un fine nobile, ora il fine è solo proteggere il proprio cortile e distruggere il passato senza un progetto che non sia altrettanto irrealizzabile e terrificante del Mondo Nuovo di Aldous Huxley.
Basta un post con una fake news che ottiene molte condivisioni e diventa una verità.
Il cambio lira/euro ci ha rovinati e la colpa è di Prodi.
Basta digitare su google la parole cambio lira/euro/marco  e i risultati della prima pagina sono tutti sul fatto che questo sia il fake più diffuso (vedi link a fondo pagina), ma non serve farlo notare, come non serve rimandare alla pagina di wikipedia che illustra i meccanismi di cambio adottati all’epoca.
E questo è solo un esempio, anche se il più eclatante, poi c’è il mantra della fine delle ideologie. Ma accidenti, non è mica possibile dichiarare questa fine se il cambiamento stesso è un’ideologia a sé !!!
Se l’avversario non esiste, se l’avversario è un passato vecchio a prescindere e da rinnegare in toto, significa che sei schiavo di un’ideologia né migliore né peggiore di quelle che nel secolo scorso hanno devastato il continente.
Ed ora a noi che non siamo vecchi ma siamo ritenuti tali, in pubblico non ci rimane altro da fare se non lamentarci della crisi o, al contrario, parlare di auto e di vacanze, per non sentirci dire che siamo rimasti a un mondo che non esiste più.
Anche no, grazie. Sto a casa o vado per boschi.
E poi dicono che Bologna che non è più quella di una volta…